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30/03/2021 2026-08-27 8:44Home Collegio Rotondi
Il Rotondi ha iniziato la sua missione educativa nel 1599 ed è la scuola paritaria più antica della nostra nazione ad avere una proposta formativa che va dall’infanzia al polo universitario. Il suo motto "erudire et edocere" (istruire ed educare) è la sintesi della mission che, nel corso dei secoli, ha cercato di interpretare all'interno della più ampia azione pastorale ed educativa della Chiesa e in particolare della Diocesi di Milano nel riferimento del suo Arcivescovo.
Social News
Dalla lettera del Rettore per il nuovo anno scolastico:
Un figlio e un alunno è una persona da accompagnare. Educare non significa eliminare ogni ostacolo dalla strada dei ragazzi, non significa sostituirsi continuamente a loro o impedire che sperimentino il limite, la fatica, la caduta. Per crescere serenamente un ragazzo deve poter sbagliare, rialzarsi, imparare, maturare. Anche la scuola deve interrogarsi profondamente. Quando tutto diventa classifica, rendimento, prestazione, confronto continuo, il rischio è quello di perdere il cuore dell’educazione: aiutare ogni giovane a scoprire il bene che porta dentro di sé e la strada unica della propria vita.
Papa Leone XIV ha ricordato recentemente: “L’educazione è un compito d’amore.” E ancora: “Una persona non si riduce a un algoritmo prevedibile, ma è un volto, una storia, una vocazione.” Il Papa ci ricorda che educare significa anzitutto credere nella persona, custodirne la dignità e accompagnarla nella scoperta del proprio valore. San Giovanni Bosco diceva che in ogni ragazzo esiste un punto accessibile al bene: ogni giovane porta dentro di sé una scintilla di luce che attende qualcuno capace di custodirla con pazienza, fermezza e fiducia.
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Dalla lettera del Rettore per il nuovo anno scolastico.
…Spesso, dietro questa paura di fallire, vi è anche il mondo adulto. Talvolta i ragazzi sentono addosso troppe aspettative: devono riuscire, eccellere, emergere, non deludere i genitori. Anche inconsapevolmente rischiamo di trasmettere ai figli l’idea che valgano per i risultati che ottengono e non semplicemente per ciò che sono. Ma un figlio non è un progetto da perfezionare. Non è il voto che prende. Non è la scuola che frequenta. Non è il successo che raggiunge.
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Dalla lettera del Rettore.
Educare significa allora anche insegnare a tollerare la frustrazione, ad attraversare il dolore senza distruggersi, a rialzarsi senza vergognarsi delle proprie ferite. Nella consapevolezza del mondo giovanile esistono due atteggiamenti opposti e ugualmente pericolosi davanti alla caduta.
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L’inizio di un nuovo percorso scolastico porta con sé entusiasmo e attese, ma anche qualche comprensibile timore. Per questo desideriamo prenderci cura fin dal principio delle relazioni tra ragazzi, famiglie e scuola, creando le condizioni perché ciascuno possa affrontare questa nuova esperienza con serenità e fiducia.
Il fine settimana sarà un’importante occasione per conoscersi, stringere nuove amicizie, condividere momenti significativi e presentare il tema educativo e le proposte che accompagneranno il prossimo anno scolastico.
Attraverso l’escursione, la celebrazione eucaristica e i momenti trascorsi insieme, desideriamo costruire una comunità educante fondata sull’ascolto, sulla collaborazione e su autentici rapporti umani.
Un’esperienza pensata per dare basi solide al nuovo cammino e iniziare insieme, come comunità, una nuova avventura scolastica.
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Dalla lettera del Rettore per il nuovo anno scolastico:
La nostra società insegna più a competere che a crescere, più a dimostrare che a maturare, più a vincere che a vivere. E così tanti ragazzi finiscono per confondere l’errore con la propria identità: non pensano più “ho sbagliato”, ma “sono sbagliato”.
Per questo risuonano quanto mai attuali le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella rivolte ai giovani nel suo intervento rivolto agli universitari: “Sbagliate senza sentirvi sbagliati.” È un concetto profondamente educativo perché ci ricorda come l’errore faccia parte della vita: errare è umano, ma soprattutto è occasione di crescita. Un ragazzo cresce davvero non quando si convince di essere perfetto, ma quando impara a guardare in faccia i propri limiti senza disperarsi. Riconoscere uno sbaglio richiede coraggio e che chiedere scusa richiede maturità. Questo cammino non è facile perché accettare una sconfitta richiede forza interiore. Per questo è fondamentale aiutare i giovani a comprendere che il fallimento non è la fine della strada, ma può diventare l’inizio di una nuova consapevolezza.
Talvolta proprio gli errori insegnano più dei successi. Un voto negativo può insegnare l’impegno cosi come una delusione può insegnare l’umiltà di riprendere il cammino. Una caduta può insegnare la verità su sé stessi e una sconfitta può insegnare a chiedere aiuto. Chi non impara a perdere, difficilmente saprà affrontare la vita adulta. Perché la vita non sarà mai una strada senza ostacoli. Ci saranno inevitabilmente porte chiuse, delusioni, incomprensioni, fallimenti professionali, fragilità relazionali e momenti di smarrimento.
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Dalla lettera del Rettore per il nuovo anno scolastico:
Quando non sappiamo valutare la differenza come una ricchezza e la viviamo come una minaccia, nascono il confronto distruttivo, l’invidia, la gelosia, la cattiveria e la pretesa di uniformare tutto e tutti. E spesso tutto questo nasce proprio da uno sguardo continuamente rivolto verso una perfezione irraggiungibile.
La società di oggi ci abitua a confrontarci continuamente con gli altri: con chi sembra più bravo, più bello, più forte, più sicuro, più performante. Quando una persona guarda la presunta perfezione degli altri, finisce inevitabilmente per non riconoscere e non accettare le proprie fragilità. Ciò che non si accetta dentro di sé spesso diventa motivo di rabbia, di frustrazione o di chiusura verso gli altri.
Mai come oggi i nostri ragazzi appaiono interiormente affaticati. Aumentano le crisi d’ansia, le paure, il senso di inadeguatezza, il timore del giudizio, la fatica ad affrontare le frustrazioni e i fallimenti. Molti giovani vivono con il peso di dover essere sempre perfetti e sentono su di loro le aspettative degli adulti: perfetti a scuola, nello sport, nelle relazioni, nell’immagine di sé. Basta un voto negativo, una delusione, una difficoltà relazionale o sportiva per sentirsi crollare addosso il mondo.
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Si riparte! 🚀
Oggi primo giorno del nostro September Camp! Una giornata ricca di giochi, attività in lingua, laboratori musicali e tanto divertimento con il Laser game, tra tecniche, strategie e sfide avvincenti! 🔫🎯
Un inizio pieno di energia, sorrisi e voglia di stare insieme, imparando e divertendosi! 💪🏻
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Dalla lettera del Rettore per il nuovo anno scolsatico:
Per questo ho pensato che l’immagine che sintetizza questo concetto e accompagnerà questo anno scolastico sarà quella del puzzle: ogni tessera è differente dall’altra: diversa nella forma, nei colori, nelle sfumature. Eppure proprio questa differenza rende possibile la bellezza dell’immagine finale. Se tutte le tessere fossero uguali, il puzzle non si potrebbe costruire. Se manca una sola tessera, tutta l’immagine rimane incompleta. Se un pezzo viene perduto, non si perde soltanto una piccola parte: si ferisce l’armonia dell’intero disegno.
Così è anche nella scuola, nella Chiesa e nella società e nella famiglia. Quando un ragazzo non viene valorizzato, quando qualcuno si sente escluso, quando una persona viene giudicata soltanto per le sue fragilità o per i suoi limiti, tutta la comunità si impoverisce. Perché nessuno è inutile o superfluo, nessuno è una tessera fuori posto.
Gli incastri del puzzle diventano allora immagine della sinergia e della sintonia che devono abitare ogni comunità educativa: nessuno basta a sé stesso, nessuno cresce da solo, nessuno può pensare di essere completo senza l’altro. L’altro non è un rivale da superare, ma qualcuno che rende più completa la mia vita
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Si avvicina il primo giorno di scuola giovedì 10 settembre … Vedi altroVedi meno

Dalla lettera del Rettore per il nuovo anno scolastico:
Esiste un’antica espressione africana che racchiude una profonda sapienza umana e antropologica: Ubuntu che nelle lingue bantu viene tradotta con le parole: “Io sono perché noi siamo.”
Non si tratta semplicemente di un proverbio, ma di una vera filosofia di vita, resa celebre nel mondo da Nelson Mandela nel difficile cammino di riconciliazione del Sudafrica dopo l’apartheid.
Questa massima filosofica ci ricorda una verità tanto semplice quanto profonda: nessuno può diventare veramente sé stesso da solo. La nostra identità si costruisce attraverso le relazioni, gli incontri, i legami, le esperienze condivise.
“Io sono perché noi siamo” significa comprendere che la mia vita ha bisogno degli altri tanto quanto gli altri hanno bisogno di me. Ognuno di noi porta qualcosa che manca all’altro. Ognuno custodisce una sensibilità, una capacità, una visione, una fragilità, un dono che può diventare ricchezza per tutta la comunità.
Ubuntu ci ricorda che nessuno può diventare pienamente sé stesso da solo. La nostra identità si costruisce attraverso le relazioni, gli incontri, i legami, le esperienze condivise. Questo si realizza soltanto quando impariamo a riconoscere la diversità dei carismi come una ricchezza e non come un problema. Se non sappiamo accogliere il dono dell’altro, non potremo mai costruire una vera comunità. Se non sappiamo riconoscere il valore delle differenze, l’altro diventerà inevitabilmente un rivale.
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